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Il passeggero ignoto


E' stato se' stesso
​o il riflesso di se'?

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Ballare sopra il mare

Il Passeggero ignoto di Ibsen nella trasposizione dandy e swing di Roberto Gori

Fra le apparizioni che popolano il quinto atto del Peer Gynt, il Passeggero ignoto è forse la più sfuggente. Non possiede un nome, una provenienza certa o una psicologia riconducibile alle categorie ordinarie del dramma. Compare accanto a Peer durante il viaggio di ritorno in Norvegia, mentre la nave è minacciata dalla tempesta, e gli rivolge una richiesta tanto cortese quanto raccapricciante: qualora Peer dovesse morire nel naufragio, vorrebbe riceverne il cadavere per sottoporlo a un esame anatomico e individuare il «centro dei sogni». Più tardi, quando Peer lo incontra nuovamente fra i resti della nave, il Passeggero pronuncia la celebre rassicurazione metateatrale secondo cui non si muore nel mezzo del quinto atto.
Nella trasposizione musicale di Roberto Gori, questa figura viene reinterpretata secondo un codice dandy e swing. L’operazione non consiste nell’aggiungere una veste brillante a un episodio macabro. Gori coglie invece la contraddizione profonda già presente nella pagina ibseniana: il Passeggero parla di morte, dissezione e naufragio con l’imperturbabilità di un gentiluomo; tratta il corpo di Peer come materiale scientifico, ma formula la propria richiesta con impeccabili buone maniere; si presenta come una minaccia e contemporaneamente come un interlocutore ironico, quasi divertito dalla paura del protagonista.
Lo swing diviene quindi la traduzione musicale di un dato drammaturgico originario. La morte non irrompe sotto forma di spettro ululante o di figura funebre. Entra in scena sorridendo, osservando l’etichetta e invitando Peer a conversare mentre la nave oscilla sull’abisso.

La cortesia come forma del perturbante

La canzone di Gori si apre con una formula di urbanità quasi eccessiva:
«Mi consenta, scusi un po’
se mi ascolta parlerò».
Il Passeggero non aggredisce Peer. Chiede il permesso di parlargli. L’espressione «mi consenta» appartiene al lessico del gentiluomo, del professionista e dell’uomo di mondo; stabilisce immediatamente una distanza formale, rafforzata dall’uso costante del pronome di cortesia. Il personaggio non dà del “tu” alla propria possibile vittima: la tratta con riguardo.
Gori trasforma così la buona educazione in uno strumento perturbante. Quanto più il Passeggero appare composto, tanto più diventa sinistra la sostanza delle sue parole. La gentilezza non attenua la minaccia, ma la rende più precisa: il personaggio sembra considerare perfettamente normale discutere dell’imminente morte di Peer nel corso di una conversazione mondana.
Il secondo distico introduce subito il gioco metateatrale:
«Avere paura qui non servirà
perché di quest’atto siam solo a metà».
Nell’originale, la battuta sul quinto atto arriva al termine dell’incontro, quando Peer teme ormai di essere reclamato da una creatura soprannaturale. Gori la anticipa e la trasforma nel principio generatore dell’intero numero. Il Passeggero sa fin dall’inizio di trovarsi dentro un’opera teatrale e sembra sapere anche che Peer, in quanto protagonista, non può ancora morire.
La riscrittura produce un effetto molto efficace. Il personaggio non è soltanto un passeggero misterioso: è una creatura consapevole della drammaturgia. Conosce la posizione della scena nell’architettura complessiva, osserva Peer contemporaneamente come uomo e come personaggio e può permettersi di tranquillizzarlo sulla base non delle leggi della natura, ma delle convenzioni del teatro.
La formula «siam solo a metà» possiede inoltre un’ambiguità sottile. Indica la metà dell’atto, ma può alludere anche alla posizione esistenziale di Peer. Il protagonista crede di essere giunto alla fine del viaggio; il Passeggero gli comunica invece che il vero esame deve ancora cominciare. Il naufragio della nave non sarà il termine dell’azione, ma l’accesso al processo interiore.

Dal cadavere al soggetto da studiare

Nella scena ibseniana, il Passeggero domanda esplicitamente il corpo di Peer, promettendo di aprirlo e portarlo alla luce per individuare il luogo da cui provengono i suoi sogni. L’immagine combina anatomia, psicologia e umorismo nero: Peer viene trattato come un reperto scientifico particolarmente interessante.
Gori conserva il nucleo della richiesta, ma ne modifica il registro:
«Le chiedo soltanto un favore per me
se un giorno accadesse, mi chiami perché
vorrei analizzarla e studiarla
quando morirà».
Il carattere cruento della proposta viene attenuato. Non si parla direttamente di carcassa, incisioni o dissezioni. L’atto anatomico diventa un elegante «analizzarla e studiarla». La trasformazione è coerente con la caratterizzazione dandy: il Passeggero non ha bisogno di nominare i dettagli materiali della morte. Li avvolge in una perifrasi cortese.
Particolarmente riuscita è l’espressione «se un giorno accadesse». Il personaggio tratta la morte come un’eventualità quasi accidentale, un contrattempo che potrebbe verificarsi in futuro e del quale sarebbe opportuno essere informati. L’ironia nasce proprio dalla sproporzione fra l’inevitabilità dell’evento e la leggerezza con cui viene presentato.
Anche «mi chiami» contiene un umorismo surreale perfettamente adeguato all’universo ibseniano: Peer dovrebbe avvertire il Passeggero dopo la propria morte. L’impossibilità logica della richiesta non viene sottolineata; passa attraverso la canzone con la naturalezza di un accordo fra persone ragionevoli. Il Passeggero parla dall’esterno delle categorie ordinarie della vita e della morte, ma non sente alcuna necessità di spiegarsi.

Il mare trasformato in pista da ballo

La più evidente invenzione di Gori è la trasformazione del mare in spazio coreografico:
«Prendiamola così
balliamo sopra il mare
nei sogni questo si può far».
Il mare del quinto atto è il luogo del naufragio, della perdita e dell’imminente annientamento. Peer ha costruito la propria esistenza sull’instabilità: ha attraversato paesi, ruoli, imprese e identità senza trovare una dimora interiore. La nave che oscilla nella tempesta rende fisicamente visibile questa precarietà.
Gori non elimina il pericolo, ma lo converte in danza. «Balliamo sopra il mare» non è una semplice immagine decorativa: esprime la poetica del personaggio e, in parte, quella dello stesso Peer. Davanti all’abisso, invece di fermarsi e guardare la morte, i due possono continuare a muoversi, a trasformare la paura in spettacolo e l’instabilità in ritmo.
Lo swing trova qui la propria giustificazione drammaturgica. Il genere è fondato sulla mobilità dell’accento, sulla pulsazione elastica e sulla capacità di produrre leggerezza senza abolire la tensione. Il Passeggero sembra aderire al movimento della nave e dominarlo: là dove Peer avverte il rischio di cadere, egli sente la possibilità di ballare.
Il contrasto fra il movimento piacevole della musica e la certezza del naufragio genera un raffinato umorismo nero. Il pubblico è invitato a godere del brano mentre ascolta due figure sospese sopra la morte. La forma musicale riproduce così l’esperienza psicologica di Peer: il piacere dell’invenzione e dell’auto-rappresentazione continua a occultare una verità che prima o poi dovrà essere affrontata.
Il verso «nei sogni questo si può far» lega inoltre la danza alla ricerca del Passeggero. Egli non è interessato soltanto al corpo di Peer, ma alla sua capacità immaginativa. Ballare sul mare è impossibile nel mondo materiale, ma possibile nel sogno: proprio per questo il Passeggero vuole sapere che cosa produca la mente di Peer e dove si trovi la sorgente delle sue fantasie.

Nessuna sicurezza, neppure accanto al focolare

Una delle più interessanti analogie con Ibsen compare nella strofa:
«Dondolandoci in mezzo al mar
sempre ansiosi di non annegar
qui sopra, o a casa col focolar
tranquilli giammai si può star».
Nel testo originale, il Passeggero domanda a Peer se avrebbe affrontato più facilmente la paura restando accanto al proprio focolare. L’interrogativo implica che la sicurezza domestica non garantisca una vera vittoria sul terrore: si può evitare il pericolo fisico senza avere mai affrontato la propria angoscia.
Gori trasforma questo scambio dialogico in una dichiarazione generale. Né il mare né la casa offrono una tranquillità definitiva. Il pericolo non proviene soltanto dalla tempesta: appartiene alla condizione umana. L’uomo può essere inquieto durante il naufragio, ma può esserlo altrettanto accanto al focolare.
L’antitesi fra «mezzo al mar» e «casa col focolar» sintetizza con notevole economia poetica una delle questioni centrali della scena ibseniana. La paura non è un semplice riflesso della minaccia esterna. È una dimensione interiore dalla quale Peer ha cercato di sottrarsi per tutta la vita attraverso il viaggio, la fantasia e la continua reinvenzione di sé.
Il Passeggero comprende ciò che Peer non vuole ammettere: non esiste luogo nel quale ci si possa nascondere dalla domanda sulla propria identità. Il mare e il focolare sono soltanto due scenografie differenti dello stesso dramma.

Dalla paura all’inutilità del remare

Nel ritornello compare un’altra significativa invenzione:
«Siam tutti ancora qui, ma stanchi di remare
sappiamo che non servirà».
Il passaggio dal singolare al plurale amplia immediatamente la portata della scena. Non sono più soltanto Peer e il Passeggero a trovarsi in pericolo. «Siam tutti ancora qui» può includere i marinai, i personaggi del processo, gli interpreti e persino il pubblico. La nave diventa un’immagine della condizione collettiva.
Il remare indica lo sforzo umano di resistere, avanzare e governare la direzione della propria vita. Ma il Passeggero sa che, in ultima istanza, questo moto non impedirà la morte. La frase «sappiamo che non servirà» introduce nel brano una nota di fatalismo lucido: si continua a remare pur conoscendo l’inevitabilità dell’approdo finale.
La qualità della riscrittura risiede nel tono con cui questo pensiero viene espresso. Non si tratta di una lamentazione funebre. L’inutilità del remare viene cantata dentro un numero swing, quasi fosse una constatazione da condividere con un’alzata di spalle e un nuovo passo di danza. Gori evita così sia il melodramma sia il cinismo assoluto. Il Passeggero non dice che vivere sia inutile; suggerisce che sia inutile credere di poter controllare tutto.
La danza sul mare e il remare senza risultato rappresentano due risposte opposte alla stessa precarietà. Peer ha remato per tutta la vita, accumulando esperienze e personaggi. Il Passeggero propone invece di riconoscere l’instabilità e trasformarla consapevolmente in movimento scenico. Il primo si agita per sopravvivere; il secondo danza perché conosce già la conclusione.

«È stato sé stesso o il riflesso di sé?»

La più importante innovazione di Gori si trova nella seconda strofa:
«Guardiamoci indietro, il passato dov’è?
È stato sé stesso o il riflesso di sé?».
Questa domanda non compare in forma esplicita nella scena originale. Ibsen affida al Passeggero il tema dei sogni e della paura; Gori lo collega direttamente alla grande questione identitaria del Peer Gynt: il protagonista è mai stato veramente sé stesso?
L’aggiunta integra il personaggio nella particolare architettura del Processo a Peer Gynt. Il musical non si limita a ripercorrere le avventure di Peer, ma le organizza come materiale probatorio all’interno di un giudizio. Ogni episodio deve contribuire a stabilire se l’imputato abbia costruito un’identità autentica o abbia trascorso la vita producendo versioni opportunistiche di sé.
Il Passeggero diventa così un anticipatore del processo finale. Prima che Peer incontri il Fonditore di bottoni e venga costretto a cercare le prove della propria consistenza, lo sconosciuto gli rivolge la domanda essenziale. Il suo interesse scientifico per il «centro dei sogni» si trasforma in un’indagine sull’esistenza di un centro dell’Io.
La formulazione «sé stesso o il riflesso di sé» è particolarmente efficace perché non contrappone semplicemente verità e menzogna. Un riflesso non è del tutto falso: riproduce un’immagine reale, ma non possiede sostanza autonoma. Questa è precisamente la condizione di Peer. Le sue identità non sono pure invenzioni; sono proiezioni parziali, immagini deformate o ingrandite di possibilità presenti dentro di lui. Tuttavia, nessuna di esse sembra coincidere con un nucleo stabile.
Il riflesso rimanda inoltre alla natura teatrale di Peer. Egli ha vissuto cercando continuamente lo sguardo degli altri, adattando il proprio personaggio alle circostanze e contemplandosi nelle fantasie che costruiva. Non è stato semplicemente un impostore: è stato un uomo incapace di distinguere il proprio volto dalla rappresentazione del proprio volto.
Con due versi, Gori salda dunque il Passeggero alla struttura filosofica dell’intera opera.

Dal ricercatore macabro al diagnostico dell’immaginazione

Il primo ritornello contiene la richiesta:
«Per studiare che sogni fa lei
non dica di no
io male non le farò».
Nel secondo ritorno, una variazione minima modifica profondamente la funzione del personaggio:
«Per studiare che sogni fa lei
mi dica però
che lei sogna ancora un po’».
All’inizio il Passeggero vuole studiare i sogni di Peer. Alla fine sembra voler verificare che Peer sia ancora capace di sognare. L’osservazione scientifica si trasforma quasi in una richiesta di rassicurazione.
La variazione rende il Passeggero meno simile a un predatore e più vicino a un diagnostico dell’anima. Non gli interessa soltanto appropriarsi del corpo dopo la morte; vuole sapere se sotto le molte maschere rimanga ancora una facoltà immaginativa viva. Il sogno diventa la prova residua dell’esistenza di un centro interiore.
Questa trasformazione è particolarmente significativa nel caso di Peer. Egli ha sognato continuamente, ma ha spesso utilizzato la fantasia per sfuggire alla responsabilità. La domanda del Passeggero non riguarda quindi la quantità dei sogni, ma la loro vitalità autentica. Peer sogna ancora, oppure si limita a ripetere le immagini grandiose con cui ha nascosto il vuoto?
Il verso «che lei sogna ancora un po’» possiede una tenerezza inattesa. Dopo il macabro favore iniziale e l’interrogatorio sul passato, il Passeggero sembra concedere al protagonista una possibilità: finché Peer può ancora sognare, la sua storia non è completamente conclusa. La capacità immaginativa può essere stata deformata dall’egoismo e dall’autoinganno, ma non è necessariamente estinta.
Gori evita così di ridurre il personaggio alla funzione accusatoria. Il Passeggero mette in crisi Peer, ma non lo condanna. Lo osserva con curiosità, ironia e forse con una forma obliqua di compassione.

Il dandy come uomo consapevole della rappresentazione

La caratterizzazione dandy risulta particolarmente pertinente perché il Passeggero possiede ciò che a Peer è sempre mancato: la consapevolezza di stare recitando.
Peer ha attraversato la vita indossando ruoli successivi e credendo ogni volta nella propria nuova maschera. È stato cacciatore, seduttore, profeta, mercante, imperatore di sé stesso e interprete della propria leggenda. Il Passeggero, invece, porta deliberatamente la propria eleganza come un costume. Non confonde la maschera con l’identità: la usa con precisione.
Il dandy costruisce ogni gesto, controlla la voce e trasforma la propria esistenza in forma. Per questo può dominare la scena. Peer è teatrale senza saperlo; il Passeggero è metateatrale consapevolmente. Il primo viene trascinato dalle proprie interpretazioni; il secondo conosce perfino il punto dell’atto nel quale si trova.
Anche l’uso del “lei” partecipa a questa costruzione. La distanza formale impedisce qualsiasi familiarità sentimentale. Il Passeggero rimane impenetrabile e conserva il controllo della relazione. Peer è l’oggetto dell’analisi; lo sconosciuto è colui che guarda, domanda e stabilisce il ritmo della conversazione.
La veste swing completa il ritratto. Il personaggio può rivolgersi a Peer come un cantante da club si rivolge al proprio interlocutore privilegiato, mantenendo contemporaneamente una complicità implicita con il pubblico. La scena diventa un elegante interrogatorio in musica, nel quale la seduzione formale rende ancora più penetranti le domande.

Fedeltà e trasformazione

La canzone di Gori conserva quattro elementi fondamentali della scena ibseniana: la cortesia inquietante del Passeggero, il desiderio di studiare il corpo e i sogni di Peer, il confronto fra la paura del naufragio e la falsa sicurezza del focolare, e la consapevolezza metateatrale del quinto atto.
La riscrittura modifica però la distribuzione e la funzione di questi elementi. La battuta metateatrale viene anticipata; la dissezione è resa più allusiva; il dialogo sulla paura diventa una riflessione generale sull’impossibilità di sentirsi al sicuro; la ricerca del «centro dei sogni» confluisce nella domanda sull’identità; il personaggio acquista una sfumatura quasi compassionevole quando chiede a Peer di confermare che sogna ancora.
Il passaggio dal dialogo alla canzone produce inoltre una maggiore circolarità. Il ritornello ritorna con parole leggermente modificate, imitando il movimento delle onde e della nave. Anche la struttura musicale può così suggerire un’oscillazione continua: il brano avanza e ritorna, proprio come Peer, che ha percorso il mondo per ritrovarsi infine davanti alla domanda dalla quale era partito.
La scelta dandy/swing non rappresenta quindi un allontanamento dal testo originale, ma una forma di fedeltà interpretativa. Gori non riproduce il Passeggero di Ibsen; ne rende udibile l’ironia, ne amplifica la teatralità e ne collega esplicitamente l’apparizione al tema centrale del proprio adattamento.

Un gentiluomo sulla soglia del processo

​
Nel Processo a Peer Gynt, il Passeggero ignoto diventa una figura di confine. Sta fra il naufragio fisico e quello dell’identità, fra la commedia brillante e il giudizio morale, fra la vita e la morte, fra il personaggio e la coscienza dell’opera.
La sua canzone svolge la funzione di un preludio elegante alla resa dei conti. Peer non viene ancora formalmente accusato, ma è già sottoposto a esame. Il Passeggero gli chiede che cosa sogni, dove sia finito il suo passato e se sia stato un uomo autentico o soltanto il proprio riflesso. Sono le domande che il tribunale dovrà successivamente sviluppare.
Gori riesce però a porle senza interrompere il piacere teatrale. Il pensiero filosofico non viene trasformato in dissertazione, ma in ritmo, rima, cortesia e danza. Il mare in tempesta diventa una pista da ballo; la morte, un appuntamento da concordare; la dissezione, uno studio sui sogni; il giudizio sull’esistenza, una conversazione fra gentiluomini.
È proprio in questo equilibrio che la trasposizione raggiunge il suo risultato più originale. Il Passeggero non perde l’enigma ibseniano, ma acquista una propria seducente riconoscibilità. È un dandy dell’aldilà, un anatomista dell’immaginazione e un critico interno allo spettacolo. Sorridendo, accompagna Peer verso il punto nel quale nessuna maschera potrà più proteggerlo.
E mentre entrambi sembrano ancora ballare sopra il mare, la canzone ha già formulato il vero capo d’accusa:
«È stato sé stesso o il riflesso di sé?»





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