La Fine del Canto
Tracklist
Atto Primo
Ouverture 1999 (L'estate dei missili)
Nuove lune
L'astronauta
Tramonto sul Monte Olimpo
Il contribuente
Il viaggio
Fino all'ultimo blu del cielo
Anticonformismo
Il manicomio
Il sogno
Ylla (LIVE 2008)
Maschera d'argento (LIVE 2001)
Contaminazione (parte III "I musici" DEMO 2000)
Atto Secondo
Spender (LIVE 2008)
Polvere nel vento
La telefonata
Interludio
Maschere
Conversione
Locuste (LIVE 2008)
Era inverno
Le nozze rosse
La morte di Ylla
Aforismi
Il comizio
Guerra
Tornate a casa (LIVE 2008)
Epilogo 2035
Un giorno che muore
Tracklist
Atto Primo
Ouverture 1999 (L'estate dei missili)
Nuove lune
L'astronauta
Tramonto sul Monte Olimpo
Il contribuente
Il viaggio
Fino all'ultimo blu del cielo
Anticonformismo
Il manicomio
Il sogno
Ylla (LIVE 2008)
Maschera d'argento (LIVE 2001)
Contaminazione (parte III "I musici" DEMO 2000)
Atto Secondo
Spender (LIVE 2008)
Polvere nel vento
La telefonata
Interludio
Maschere
Conversione
Locuste (LIVE 2008)
Era inverno
Le nozze rosse
La morte di Ylla
Aforismi
Il comizio
Guerra
Tornate a casa (LIVE 2008)
Epilogo 2035
Un giorno che muore
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“La fine del canto” - di Roberto Gori
Le Cronache marziane: temi e struttura del testo originaleIl libro di Ray Bradbury (The Martian Chronicles, 1950) è un classico della fantascienza strutturato come una raccolta di racconti collegati. Attraverso episodi distribuiti tra il 1999 e il 2026, Bradbury narra la colonizzazione di Marte da parte degli esseri umani e il conseguente incontro-scontro con l’antica civiltà marziana . Sebbene ambientate su Marte, queste cronache usano la fantascienza come cornice allegorica per esplorare temi molto umani e attuali, quali: la paura del diverso, l’imperialismo culturale, i conflitti bellici e la distruzione nucleare, il fanatismo religioso, la nostalgia per il passato perduto.
In Cronache marziane, i primi capitoli mostrano le tragiche spedizioni terrestri sul Pianeta Rosso e l’incomprensione reciproca tra terrestri e marziani. Ad esempio, Bradbury racconta di Ylla, una donna marziana che sogna l’arrivo di un astronauta terrestre e ne canta canzoni in lingue sconosciute; il marito, accecato dalla gelosia e dalla paura, finirà per uccidere l’astronauta, segnando il fallimento del primo contatto.
Un altro episodio vede un gruppo di astronauti internati in un manicomio marziano perché gli indigeni li credono pazzi visionari; altrove, un’intera spedizione è ingannata da un’illusione in cui i marziani assumono le sembianze dei cari defunti degli umani (“La terza spedizione”).
Man mano che gli uomini colonizzano Marte, Bradbury descrive con toni ora lirici ora amari la scomparsa della cultura marziana e la ripetizione degli errori terrestri sul nuovo mondo. I marziani vengono decimati soprattutto dalle malattie portate dalla Terra, e gli umani impongono su Marte le proprie città e abitudini: “Il Pianeta Marte è stato invaso, smembrato e insozzato dai terrestri che ne hanno fatto la loro nuova, corrotta colonia… [gli uomini] ribattezzano i luoghi, le montagne e i fiumi ignorandone i nomi ancestrali” .
Questa immagine potente – il cambio dei nomi e il rifacimento di Marte a immagine della Terra – è un tema centrale: Bradbury lo usa come metafora del colonialismo storico, in cui l’uomo tende a riflettere sé stesso ovunque vada cancellando le culture autoctone .
Nel romanzo infatti “ovunque poggi il piede, l’americano del nord […] dice: questo è mio e anche questo e questo”, replicando su Marte la mentalità dei colonizzatori terrestri . Vengono costruite cittadine dal nome Nuova Chicago o Villa Elettra, e dove c’era il paesaggio marziano ora compaiono “note di vecchie canzoni del Wyoming, […] hot dog, […] luci al neon” portati dai nuovi arrivati. Un altro filone tematico importante è la critica al fanatismo e alla censura.
Nel capitolo “Usher II” Bradbury immagina che, dopo aver bandito dalla Terra la letteratura fantastica e dell’orrore, i burocrati di un governo repressivo giungano su Marte per applicare la stessa censura. Ma un eccentrico amante dei libri, William Stendahl, costruisce su Marte un castello ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe e orchestra una vendetta teatrale contro gli emissari della censura. Questa storia, insieme ad altre (come “Le sfere di fuoco” in cui dei missionari incontrano esseri marziani fatti di pura energia), aggiunge al mosaico del romanzo riflessioni sull’oscurantismo religioso e sul valore dell’immaginazione.
In sintesi, Le cronache marziane alterna momenti di stupore poetico (il sense of wonder di trovarsi su un pianeta alieno) a momenti di denuncia della follia umana. Bradbury mostra il conflitto tra due civiltà – quella marziana, antica e telepatica, e quella terrestre, tecnologica ma aggressiva – suggerendo che l’incapacità di capirsi e rispettarsi porta a tragedie.
Entro la fine del libro, la Terra viene devastata da una guerra atomica e i pochi coloni sopravvissuti su Marte si rendono conto di aver perso il contatto col loro pianeta di origine. Nell’ultimo episodio, una famiglia di terrestri fugge su Marte dalle rovine della Terra e decide di stabilirvisi definitivamente, diventando essa stessa “marziana” (i nuovi Marziani). L’opera si chiude così con una nota agrodolce: da un lato la fine di un ciclo (la civiltà marziana originaria è scomparsa e quella terrestre è in rovina), dall’altro una fiammella di speranza per un nuovo inizio, se l’umanità avrà imparato la lezione.
“La fine del canto” è un musical originale scritto, composto e diretto da Roberto Gori nel 2008, ispirato liberamente a Le cronache marziane.
Lo spettacolo è strutturato in una serie di quadri musicali strettamente interconnessi . Molti di questi quadri riprendono episodi e personaggi del romanzo di Bradbury, reinterpretandoli per il palcoscenico attraverso canzoni originali, cori e dialoghi. Pur trattando di viaggi spaziali e alieni, il musical non è una semplice avventura fantascientifica, ma una riflessione poetica e satirica sul confronto tra due civiltà. Non a caso, nel presentare lo spettacolo si sottolineava come fosse “un’opera non solo da vedere e ascoltare ma soprattutto da leggere” , alludendo alla sua profondità tematica. Gori infatti riesce nell’impresa di rendere omaggio al visionario racconto di Bradbury, rielaborandolo in forma di musical con creatività, rispetto e inventiva.
Roberto Gori, nel creare “La fine del canto”, ha rielaborato il materiale delle Cronache marziane in uno spettacolo unitario di circa due ore.
A differenza del libro, che è un’antologia di racconti, il musical presenta una trama continua suddivisa in scene (o “quadri”) che fluiscono l’una nell’altra. Questa struttura a quadri permette di coprire i momenti salienti della colonizzazione di Marte secondo Bradbury, mantenendo però un filo conduttore teatrale coerente: il punto di vista marziano sulla conquista umana e il conseguente “canto” di un mondo che volge al termine.
Il musical si apre (e si chiude) con le parole di un Narratore marziano, che funge da voce collettiva del popolo autoctono.
Nel prologo, il Narratore si rivolge direttamente al pubblico spiegando che “questa è la storia del nostro ultimo viaggio”, poiché “quando una [cultura] devia per incontrare l’altra, non può che provocare la fine del canto” .
Questa metafora del “canto” rappresenta la cultura marziana: un canto millenario destinato a spegnersi con l’arrivo dell’Uomo. Bradbury esprime concetti simili nelle sue pagine, ma Gori li esplicita affidandoli a una voce narrante costante, conferendo allo spettacolo un tono elegiaco e malinconico fin dal principio.
Questa cornice narrativa incornicia tutti i quadri, ricordando allo spettatore il destino inevitabile che incombe.
Nel finale, infatti, il Narratore ripete le stesse frasi iniziali, chiudendo il cerchio e sancendo la conclusione del “canto” marziano .
Ylla come filo conduttore emotivo: Gori pone particolare enfasi sul personaggio di Ylla, la marziana sognatrice.
Nel musical, Ylla compare in più momenti: dapprima nel quadro dedicato a lei (Scene 4 “Ylla”), dove la vediamo cantare la melodia misteriosa del suo sogno telepatico. In una scena toccante, Ylla canta parole incomprensibili che le affiorano alla mente (in realtà versi di Lord Byron, “She Walks in Beauty”), e il Narratore riconosce quei versi della letteratura terrestre . È una soluzione originale che intreccia la cultura terrestre e marziana in una canzone, preannunciando l’incontro tra i due mondi. Come nell’originale, il marito Yll diventa geloso dei “sogni” di Ylla e giura di impedire l’arrivo dell’astronauta (nel copione Yll esclama “lo troverò, lo fermerò, lo ucciderò” ).
La differenza più marcata è che Gori estende il ruolo di Ylla fino al climax dello spettacolo: nel penultimo quadro (Scene 14 “La morte di Ylla”), la protagonista marziana affronta il destino della sua gente.
Mentre nel libro Ylla non muore (è suo marito a uccidere l’astronauta e la vicenda finisce lì), nel musical Ylla arriva a impersonare l’ultimo spirito della civiltà marziana, colei che tenta di “sedurre” gli umani con la bellezza per salvarli dalla loro violenza – ma ne rimane vittima. Gori inscena la morte di Ylla come momento emblematico: “L’odio dell’uomo / stringe la gola mia / muore il mio canto” canta Ylla negli attimi finali , soffocata simbolicamente dall’odio portato dai terrestri. Il Narratore spiega che la sua “ultima preghiera” (di poter restare col suo amato, forse il marito Yll) non è stata esaudita, perché “lo sposo aveva interrotto il suo canto prima di lei” .
Questa riscrittura drammatizza il destino dei Marziani rendendolo più personale e tragico: la fine di Marte è personificata nella storia d’amore spezzato di Yll e Ylla, dando al pubblico un forte impatto emotivo e una figura con cui empatizzare. È una scelta che intensifica il messaggio di Bradbury sulla perdita irreparabile di un mondo.
E’ inoltre utile sottolineare come La fine del canto affronti il tema della parità di genere attraverso l’episodio di Ylla.
Nel racconto di Bradbury, l’«angelo degli occhi d’oro» viene messa a tacere da un marito che non tollera la sua curiosità. Nella messa in scena di Roberto Gori questo quadro assume un peso simbolico: la scrittura fa emergere la voce di Ylla come grido di autodeterminazione, e la musica sottolinea il contrasto fra sogni e repressione. Gori dichiara apertamente che ha lavorato su questa scena per promuovere la parità di genere. Nella sua versione, Ylla non è solo una vittima del patriarcato marziano: diventa simbolo di tutte le donne la cui libertà è stata soffocata. La scelta di enfatizzare la brutalità del marito e la solitudine della protagonista serve a sollevare una riflessione sul femminicidio in senso allargato, un tema ancora urgente nel nostro tempo.
Una puntata di LatitudineZero dedicata a Stranimondi 2025 «Letture femministe di fantascienza scritta da uomini» – spiega che, da sempre, la critica maschile ha analizzato la letteratura di genere, ma negli ultimi anni le studiose hanno messo in luce l’innovazione della fantascienza femminile e femminista .
Durante il panel si è parlato di come, in Cronache marziane, Ray Bradbury anticipi il dibattito sul ruolo della donna.
Come ha sottolineato la recensione di Lost Mars del Washington Independent Review of Books, Ylla è «una storia su una coppia marziana che parla dei ruoli di genere della metà del secolo almeno quanto del primo contatto» . Nella puntata viene notato che Ylla, con i suoi sogni e i suoi desideri, è una figura ante litteram del femminismo.
Nel romanzo di Bradbury compaiono decine di personaggi umani (astronauti, coloni, funzionari, ecc.) spesso protagonisti di un singolo racconto.
Gori, dovendo concentrare l’azione, seleziona alcuni ruoli chiave e spesso li trasforma in figure archetipiche o li fonde tra loro per esigenze sceniche: Gli astronauti delle prime spedizioni sono presenti ma senza indugiare su troppi nomi individuali. Ad esempio, nella scena “Il manicomio” vediamo il capitano (chiamato Wilson nel copione) e i suoi uomini confrontarsi coi Marziani che li credono pazzi, ricalcando la trama de “I terrestri” di Bradbury. Questo episodio mantiene il tono ironico e beffardo dell’originale (i Marziani non credono che gli umani siano davvero arrivati da un altro pianeta), ma è risolto più rapidamente in scena rispetto al racconto. Allo stesso modo, la “Terza spedizione” (quella in cui gli astronauti credono di ritrovare i propri cari defunti) nel musical non è rappresentata con un quadro a sé stante – avrebbe richiesto troppi personaggi e ambienti – ma il suo tema dell’illusione potrebbe aver influenzato l’atmosfera onirica di altri momenti.
Gori dunque omette alcuni episodi del libro, oppure li cita indirettamente, per mantenere ritmo e coerenza teatrale. Il personaggio di Spender, l’archeologo idealista della quarta spedizione (protagonista del racconto “E la Luna ancora brillava”), appare nella Scena 6: Spender. Nel romanzo, Spender si ribella ai suoi compagni astronauti e cerca di proteggere le rovine marziane dalla dissacrazione, finendo ucciso dal Capitano Wilder. L’inclusione di Spender è importante perché incarna uno dei messaggi chiave di Bradbury: la necessità di rispettare le culture aliene e la critica all’arroganza umana.
Gori, mantenendolo, mostra fedeltà ai temi originari e offre un assolo drammatico a un personaggio umano positivo (uno dei pochi nel romanzo). Alcuni coloni terrestri nel musical non provengono direttamente dal libro ma rappresentano categorie. Ad esempio, Gori introduce figure come L’Idealista, Il Politico, Il Militare, La Religiosa (suora) e Il Vescovo, che interagiscono nella parte centrale e finale dell’opera.
Questi personaggi incarnano posizioni e atteggiamenti differenti di fronte alla colonizzazione di Marte, creando conflitti che in Bradbury erano sparsi su più racconti.
Ad esempio, Il Politico nel musical tiene un vero e proprio comizio (Scena 15b) in cui proclama una “nuova umanità” su Marte e propone misure estreme e autoritarie: nel suo numero musicale elenca chi è degno di rimanere sul pianeta e chi deve essere escluso, invitando a cacciare mendicanti, anziani, artisti, drogati e persino i religiosi (parla di “classe di Gesù” da mandare via) .
Questo personaggio, con toni da dittatore populista, non ha un equivalente diretto nel libro; è farina del sacco di Gori, che così accentua la satira sociale già implicita in Bradbury.
Infatti, Bradbury non descrive mai un “governatore” delle colonie marziane così esplicitamente, ma attraverso il Politico il musical illustra come, una volta presa Marte, gli umani ricreino le stesse ingiustizie e discriminazioni della Terra. È una trovata acuta che rende chiaro il parallelismo con regimi totalitari e derive xenofobe del Novecento (si pensi che il Militare nel suo discorso usa lo slogan del “bastone e carota” e versi che richiamano Arbeit macht frei, esortando: “piegatevi all’autorità e lavorare vi libererà” ).
Altre figure terrestri vengono rielaborate: La Religiosa (una suora) e Il Vescovo rievocano i missionari del racconto “Le sfere di fuoco” – in Bradbury due sacerdoti, Peregrine e Stone, venuti per evangelizzare eventuali marziani. Nel musical, la suora inizialmente vuole portare la Croce su Marte, ma rimane affascinata dal pianeta fino a subirne il fascino pagano: nel brano “Conversione” proclama di aver “rinnegato la Terra” e di voler “danzare col dio della guerra” (Marte). Questa svolta è un’inversione ironica dell’originale: invece di convertire i Marziani al cristianesimo, è la suora terrestre a essere convertita ai “baccanali” marziani. Si tratta di una licenza poetica di Gori, che amplifica il tema del potere seduttivo di Marte e inserisce un elemento di tentazione dionisiaca. Il Vescovo, dal canto suo, rimane intransigente e pronuncia sentenze (anche sotto forma di aforismi) in linea con la mentalità clericale e coloniale – ad esempio rivendica che “solo [lui] può impugnare l’Atto di Proprietà [di Marte] in quanto rappresentante di Dio” .
In sostanza, Gori mette in scena uno scontro ideologico anche tra terrestri stessi: da un lato la religiosa ribelle che abbraccia la libertà “aliena”, dall’altro l’autorità ecclesiastica e quella militare che restano fedeli alla volontà di conquista. Questo aggiunge spessore drammatico e rende tangibile il conflitto di valori, senza tradire lo spirito critico di Bradbury verso il fanatismo.
Il personaggio di Stendahl e la vicenda di “Usher II” sono adattati in una scena chiamata “Freak Show”. In questa trovata intelligente, Gori porta letteralmente in scena la tematica della censura artistica: vediamo un funzionario (chiamato solo M nel testo, potremmo intuirlo come un “Moralista” o un Marshall governativo) confrontarsi con P, ovvero Miss Stendahl – nel musical, Stendahl è diventata una donna, presumibilmente per esigenze di compagnia o per ampliare i ruoli femminili.
La scena ricalca fedelmente molte linee del racconto di Bradbury: il funzionario accusa la proprietaria del castello incantato di aver violato le leggi che proibiscono qualsiasi riferimento a mostri, fantasmi, letteratura fantastica, e annuncia che la casa verrà abbattuta dalle squadre incendiarie . Miss Stendahl ribatte di aver costruito un rifugio meccanico dove la fantasia può rivivere (menziona pipistrelli di rame, automi vampiri e così via, proprio come nel racconto) . Questa parte del musical è notevole non solo perché conserva i dialoghi brillanti di Bradbury sulla funzione dell’arte e dell’immaginazione, ma perché Gori la carica di metateatro: quando Miss Stendahl intona un canto di protesta (un brano malinconico in cui ricorda i libri bruciati - vedi Fahrenheit 451 dello stesso Bradbury - e rivendica il potere delle idee), il censore la interrompe spazientito rompendo la quarta parete. “Oh, questa insopportabile mania che avete voi artisti di esprimervi cantando!” sbotta l’ufficiale, “Mi sembrava di essere in un musical degli anni ’50, quando improvvisamente e inspiegabilmente cominciava la musica e tutti ballavano… l’ho cronometrata, sa? Ci ha messo più di 60 secondi per esprimere un concetto che avrebbe potuto dire in 30” .
Questa battuta, volutamente anacronistica per un personaggio “serio”, strappa la risata del pubblico ed è un tocco di autoironia di Gori: il censore di fantasia sta criticando il genere stesso del musical (!), proprio mentre noi ne stiamo guardando uno. È un brillante gioco registico che dà vivacità alla scena e rende ancora più odioso (e ridicolo) il burocrate. In ogni caso, includere “Freak Show” arricchisce il musical di un momento gotico-grottesco, mostrando come Gori abbia adattato fedelmente uno degli episodi più teatrali del libro e lo abbia trasformato in teatro nel teatro, con grande efficacia.
Gori riorganizza leggermente l’ordine cronologico rispetto al libro, per esigenze di climax drammatico. Ad esempio, nel romanzo la storia di Ylla è all’inizio (febbraio 1999) e si conclude subito con la morte degli astronauti, mentre l’ultimo atto del libro riguarda la partenza dei coloni dalla Terra e “La gita d’un milione di anni” (ottobre 2026).
Nel musical, invece, dopo la parte centrale in cui vediamo il dominio umano su Marte raggiungere l’apice (con la nuova città, il comizio del Politico, la repressione culturale), seguiamo il precipitare degli eventi: scoppia una guerra sulla Terra e la situazione su Marte degenera.
Gori integra qui il filo conduttore di Bradbury: la notizia di un conflitto globale costringe i coloni ad abbandonare Marte. C’è un richiamo al capitolo “La valigeria” (novembre 2005) in cui nel libro un venditore di valigie commenta che presto molti faranno ritorno a casa per la guerra . Nel musical, infatti, c’è una figura chiamata “Valigiaia” che appare nel penultimo quadro (Tornate a casa) vendendo valigie e ricordi di Marte ai coloni in partenza .
Questa scena, a metà fra il tragico e il grottesco, mostra il panico e la disillusione: la Viaggiatrice (un’altra figura introdotta da Gori) pronuncia un monologo poetico riconoscendo che “questa non è casa… Casa è la Terra, dove qualcuno ti aspetta… dove ogni cosa ha il suo vero nome” .
È un momento di riflessione malinconica: dopo aver distrutto il canto di Marte, molti coloni sentono il richiamo delle proprie radici e capiscono di aver forse commesso un errore a voler trapiantare la Terra su un altro mondo.
Nel romanzo di Bradbury, in effetti, la maggioranza dei coloni torna indietro a causa della guerra, lasciando Marte quasi deserto.
Gori rispetta questa conclusione, ma decide di chiudere il cerchio riportando in scena il concetto del “canto” e dei due mondi inconciliabili.
L’Idealista, una dei pochi che sceglie di restare su Marte (analogo alle poche famiglie che rimangono nel libro), afferma di sentire ancora l’eco del canto marziano nonostante tutto. Ma la Valigiaia la richiama alla realtà: “Che fai ancora lì? Non c’è più nessuno! Vieni via!”. Infine l’Annunciatrice (la speaker TV) compare per l’ultima, amarissima nota di satira: chiama in diretta per avere conferma che “non c’è più nessuno su Marte” e sconsolata si chiede “E io cosa mando in onda adesso?” . Questa chiusa, mutuata dal finale di “The Truman Show” - altro esempio di meta/linguaggio, è un tocco di amara ironia contemporanea – come se le vicende grandiose di conquiste e guerre fossero ridotte a un problema di palinsesto televisivo.
È un finale in tono con l’approccio di Gori: fedeltà ai messaggi di Bradbury (il ciclo storicamente si chiude, i mondi rimangono distanti) unita a uno sguardo critico moderno sull’umanità (la superficialità mediatica, l’assurdità della guerra).
Manca, rispetto al romanzo, la piccola luce di speranza dei “nuovi marziani” (Bradbury chiudeva col padre che mostrava ai figli il loro riflesso nell’acqua, dicendo “quelli sono i marziani ora”). Tuttavia, Gori semina comunque l’idea che qualcosa di Marte sopravviva in chi lo ha amato: l’Idealista che “ancora ascolta” il canto potrebbe alludere proprio a questo – che una scintilla della cultura marziana continuerà, magari nelle persone come lei o come la suora convertita che decidono di restare su Marte non per conquista ma per amore sincero verso quel mondo.
In definitiva, l’adattamento di Gori copre gran parte degli episodi delle Cronache integrandoli in un’unica narrazione: dallo sbarco iniziale alle prime tragedie (Ylla, il manicomio), dal popolamento di Marte (i coloni, Le locuste, L’imposizione dei nomi), al conflitto di valori (Spender, Usher II, la conversione della suora), fino alla crisi finale (la guerra e l’esodo). Alcuni racconti minori sono stati sacrificati o solo accennati – ad esempio non abbiamo visto riferimenti espliciti a “Le città silenti” (la storia umoristica di Genevieve e l’ultimo uomo su Marte) o a “I lunghi anni” (il dramma di Hathaway che costruisce androidi), perché sarebbe stato arduo inserirli.
Ma il musical non fa rimpiangere nulla, anzi riesce a dare una visione d’insieme coerente e avvincente di tutta la saga. Gori dimostra una grande abilità nello scegliere cosa enfatizzare (Ylla, Spender, Usher II, ecc.) e come collegare i frammenti, in modo che anche chi non avesse letto il libro possa seguire la storia e coglierne il senso globale.
I testi delle canzoni sono poetici ma comprensibili, e spesso contengono citazioni letterarie o storiche: abbiamo riconosciuto Byron, Tolkien, riferimenti biblici (il coro “Agnus Dei” che accompagna la “Conversione” della suora ), riferimenti diretti a Dante (“l’autore della Divina Commedia” viene menzionato dal Narratore tra le grandezze umane giunte su Marte ), e slogan distorti (le Beatitudini parodiate dal Militare: “Beati gli affamati di giustizia perché saranno giustiziati” ).
Questo intertesto arricchisce lo spettacolo di significati multilivello: c’è intrattenimento musicale, ma anche riflessione colta per chi coglie i rimandi. È davvero “uno spettacolo da leggere” oltre che da ascoltare .
Uso efficace dei media in scena: Una scelta registica notevole è l’inserimento di un personaggio come l’Annunciatrice TV, che conduce fin dall’inizio una “diretta” sul lancio del razzo terrestre verso Marte e ricompare in seguito per dare notiziari (ad esempio annuncia il colpo di Stato militare su Marte e infine la dichiarazione di guerra dalla Terra ). Questo espediente scenico svolge più funzioni: da un lato rende moderna e familiare la narrazione (lo spettatore si orienta tramite i notiziari come fosse un evento reale), dall’altro aggiunge una punta satirica verso la spettacolarizzazione mediatica anche di eventi epocali (come la colonizzazione di un pianeta o lo scoppio di una guerra). In termini pratici, l’Annunciatrice funge anche da collante tra scene diverse, permettendo transizioni rapide con una voce fuori campo o in proscenio che spiega cosa accade nel frattempo. Questa è una soluzione registica intelligente per gestire un racconto che copre molti anni e luoghi diversi: invece di mostrare tutto, alcune informazioni chiave vengono date da un notiziario, lasciando poi alle scene principali il compito di mostrare le conseguenze emotive e umane di quei fatti. Ad esempio, sappiamo tramite la televisione che la Terra ha dichiarato guerra a Marte, e subito dopo vediamo la reazione dei personaggi sul pianeta (Militare, Vescovo, Idealista che litigano sulla leadership e poi l’Annunciatrice che annuncia l’evacuazione) . Questo ritmo da montaggio cinematografico, realizzato con un microfono e un po’ di immaginazione scenica, dà allo spettacolo un respiro epico senza appesantirlo.
Conclusione: un omaggio appassionato e creativo
La fine del canto di Roberto Gori si rivela un esperimento riuscitissimo di adattamento teatrale-musicale. Dove altri magari avrebbero rinunciato, spaventati dalla complessità episodica del libro di Bradbury, Gori ha saputo cogliere l’anima dell’opera originale e tradurla in un linguaggio scenico originale, ricco di ritmo e poesia. Il musical riesce a intrattenere con i suoi numeri musicali di qualità e al tempo stesso a far riflettere, rinnovando sul palco la potenza allegorica delle Cronache marziane.
I punti di forza di questo adattamento sono molteplici. In primo luogo, la fedeltà tematica: tutti i grandi temi bradburyani – il tragico colonialismo umano, la perdita di una civiltà, il conflitto tra libertà artistica e censura, la contraddittoria natura umana capace di arte sublime e atrocità – sono presenti e chiaramente leggibili nella versione di Gori.
Ciò significa che il musical funziona anche come critica sociale moderna, dimostrando l’attualità del messaggio di Bradbury. In secondo luogo, colpisce la creatività nell’adattamento: Gori non si limita a illustrare passivamente i racconti, ma li reinventa per il teatro musicale, amalgamandoli in un unico affresco drammatico.
Le aggiunte originali (come la figura del Politico demagogo, o la trasformazione della suora) arricchiscono la narrazione e danno vita a scene altamente teatrali, senza stravolgere lo spirito dell’opera. Anzi, Bradbury probabilmente avrebbe apprezzato queste reinterpretazioni, dato che lui stesso concepiva la fantascienza come metafora del presente e dell’animo umano . I testi delle canzoni, costellati di riferimenti colti, elevano il libretto al di sopra del semplice intrattenimento, facendone quasi un poema per musica.
In conclusione, La fine del canto è un tributo appassionato a Le cronache marziane che merita lodi per la sua ambizione e il risultato ottenuto. Roberto Gori è riuscito a far risuonare ancora una volta il canto di Marte, sul palcoscenico, con voce potente e originale. Lo spettatore esce dallo spettacolo intrattenuto, commosso e stimolato, con la sensazione di aver assistito non solo a un musical, ma a un vero e proprio atto d’amore verso la fantascienza e il teatro. In un panorama in cui il teatro musicale originale è cosa rara, lavori come questo spiccano per coraggio creativo. La fine del canto dimostra che, con la giusta sensibilità, i grandi classici letterari possono trovare nuova vita e nuovo pubblico attraverso forme espressive diverse.
E nel farlo, lo spettacolo di Gori celebra il potere dell’arte – quella marziana e quella terrestre – come ponte tra mondi lontani. Un’opera, insomma, da applaudire e “da leggere” in tutti i suoi significati, che arricchisce sia l’eredità di Bradbury sia la scena del musical italiano contemporaneo.
C.G.