Nessuno sogna piùAveva rubato. Era un ladro!
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Bastian nella soffitta: il furto del libro e l’inizio della lettura
La scena in cui Bastian, dopo aver sottratto il libro nella libreria di Coreander, si rifugia nella soffitta della scuola e comincia a leggere La Storia Infinita è il vero punto di accensione del romanzo. Tutto sembra ancora appartenere al mondo ordinario: un bambino impaurito, una scuola, una soffitta polverosa, un libro rubato, il timore di essere scoperto. Eppure, proprio in questo spazio marginale, Michael Ende apre la soglia più importante dell’opera. Fantàsia non comincia soltanto quando viene descritta sulla pagina: comincia quando Bastian legge.
La scena è costruita su una tensione iniziale molto forte: Bastian non è un lettore sereno. Non entra nel libro da una condizione di pace, curiosità o innocenza. Entra nel libro da fuggiasco. È inseguito dai compagni, si sente ridicolo, inadeguato, escluso. È un bambino ferito, fisicamente goffo, socialmente umiliato, emotivamente solo. Il mondo ordinario non gli offre un posto abitabile. La scuola, che dovrebbe essere luogo di formazione, appare per lui come luogo di paura, vergogna, esposizione al giudizio. La strada è lo spazio dell’aggressione. La famiglia è segnata dall’assenza della madre e dalla distanza del padre. Prima ancora di aprire il libro, Bastian è già un bambino senza rifugio.
Il furto del libro nasce dentro questa condizione. Non è un gesto moralmente neutro, e non va addolcito. Bastian ruba. Prende un oggetto che non gli appartiene. Compie una trasgressione. Ma il romanzo non presenta questa colpa in modo semplicemente punitivo. Il furto è il primo segno dell’ambiguità del suo cammino. Bastian non è un eroe puro che riceve solennemente una missione. È un bambino spaventato, attratto, confuso, che compie un gesto sbagliato perché sente che quel libro lo chiama in modo irresistibile. La colpa e la vocazione, fin dall’inizio, si intrecciano.
Questa ambiguità è essenziale. Bastian non viene scelto perché è moralmente impeccabile. Viene scelto perché è capace di immaginazione, desiderio, paura, ferita, bisogno di trasformazione. Il romanzo non fa della fantasia un premio per i bambini buoni, ma una forza che si rivolge anche — forse soprattutto — a chi è spezzato, incompleto, in fuga. Il libro entra nella vita di Bastian nel punto esatto in cui la sua vita ordinaria è diventata insostenibile.
Il gesto del furto rompe l’ordine del mondo quotidiano. Bastian spezza la regola della proprietà, si sottrae alla scuola, si nasconde agli adulti, interrompe il flusso normale della giornata. Questa rottura è necessaria perché il libro non è un oggetto qualunque. Non può essere trattato come un volume preso in prestito, letto ordinatamente, restituito senza conseguenze. È un oggetto di soglia. Per entrare in rapporto con esso, Bastian deve uscire dall’ordine consueto, anche se lo fa in modo infantile e colpevole.
Dopo il furto, il luogo decisivo diventa la scuola. Ma non la classe, non il banco, non la biblioteca, non uno spazio riconosciuto dell’apprendimento. Bastian si rifugia nella soffitta. Questo dettaglio è fondamentale. La soffitta è ancora dentro la scuola, ma non appartiene pienamente alla scuola. È uno spazio alto, separato, marginale, polveroso, pieno di oggetti inutilizzati, sottratto alla sorveglianza ordinaria. È il rovescio nascosto dell’istituzione.
La scuola rappresenta il sapere ufficiale, regolato, disciplinare, valutabile. La soffitta rappresenta invece un sapere clandestino, iniziatico, non autorizzato. Bastian non legge La Storia Infinita in un’aula, sotto la guida di un insegnante, dentro un programma. La legge in un luogo dimenticato, quasi fuori dal tempo, lontano dagli sguardi. In questo modo il romanzo oppone due forme di conoscenza: quella istituzionale e quella immaginativa. La prima ordina, misura, controlla; la seconda chiama, trasforma, rischia.
La soffitta è dunque una contro-aula. È il luogo in cui Bastian non apprende una nozione, ma entra in un’esperienza. Non studia il libro: vi si consegna. Non legge per rispondere a una domanda scolastica: legge perché il libro sembra riguardarlo. La lettura non è esercizio, ma soglia. Proprio dentro l’edificio della scuola, Bastian trova uno spazio in cui la scuola viene sospesa e superata.
La posizione verticale della soffitta ha un valore simbolico. Bastian sale. Si allontana dalla strada e dalla classe, ma non entra ancora in un luogo celeste. La soffitta è alta, ma chiusa; separata, ma polverosa; protetta, ma anche claustrofobica. È un luogo intermedio. Non è più il mondo ordinario, ma non è ancora Fantàsia. È il primo spazio liminale del romanzo: un “tra” in cui il bambino può nascondersi al mondo e, proprio per questo, aprirsi a un altro mondo.
La soffitta funziona anche come grembo e come tomba provvisoria. Da un lato protegge Bastian: lo nasconde, lo contiene, lo isola. È il luogo in cui può rannicchiarsi, mangiare qualcosa, coprirsi, sottrarsi al giudizio. Da questo punto di vista è uno spazio uterino, una cavità in cui il bambino può regredire e prepararsi a rinascere. Dall’altro lato, è un luogo di abbandono, polvere, oggetti morti, silenzio. Bastian vi entra quasi per sparire. La sua fuga ha qualcosa di funerario: egli si sottrae al mondo come se volesse cancellarsi.
Questa doppia natura della soffitta corrisponde perfettamente al percorso di Bastian. Egli si nasconde per non essere trovato, ma proprio nel nascondimento viene chiamato. Si chiude fuori dal mondo, ma quella chiusura apre il passaggio verso Fantàsia. Cerca un rifugio, ma trova una porta. La scena è costruita su questo rovesciamento: il luogo della scomparsa diventa luogo della nascita.
Quando Bastian apre il libro e comincia a leggere, il romanzo mostra la lettura come atto fondativo. Non siamo davanti a una semplice cornice narrativa. La lettura è il gesto su cui si costruisce tutto. Fantàsia esiste già, certo, ma per Bastian comincia nel momento in cui la pagina si apre. Da quel momento, il suo rapporto con la storia non sarà più esterno. La lettura genera un vincolo.
All’inizio Bastian crede di essere soltanto un lettore. Tiene il libro tra le mani, legge parole stampate, immagina scene, personaggi e luoghi. Ma la struttura del romanzo lavora da subito per incrinare questa distanza. Il libro non resta passivo. Non si limita a raccontare qualcosa a Bastian: comincia a coinvolgerlo. Prima cattura la sua attenzione, poi assorbe il suo tempo, poi rende trasparente la parete tra i mondi, poi lascia filtrare la sua presenza dentro Fantàsia. Il passaggio sarà progressivo, ma inizia qui.
Questa progressione è fondamentale. Bastian non entra fisicamente in Fantàsia appena apre il libro. Il corpo resta nella soffitta. Ma la coscienza comincia a spostarsi. La lettura agisce come una forma lenta di attraversamento. Il confine non viene varcato con un salto improvviso, ma con un’intensificazione dell’attenzione. Prima il lettore guarda il libro; poi il libro guarda il lettore; infine il lettore scopre di essere atteso dalla storia che credeva di osservare.
La scena della soffitta è quindi il primo atto del libro-porta. Non una porta materiale, ma un dispositivo di passaggio. La pagina è superficie e soglia insieme. Da un lato separa il mondo umano da Fantàsia; dall’altro li mette in comunicazione. Il libro ha questa doppia natura: è oggetto e varco, cosa e mondo, testo e luogo. Bastian lo ha rubato come oggetto, ma ciò che ha preso è in realtà un passaggio.
Il fatto che il libro sia rubato rafforza ulteriormente la sua ambivalenza. È oggetto proibito e oggetto sacro insieme. Proibito perché sottratto, nascosto, portato via in segreto. Sacro perché apre una dimensione separata, intensa, totalizzante. Bastian non lo legge come si legge un libro qualsiasi. Lo legge con la tensione di chi sa di aver compiuto un gesto irreversibile. La colpa aumenta la concentrazione. Il pericolo rende la lettura assoluta.
In questo senso, la scena ha quasi una qualità liturgica, ma povera, clandestina, infantile. Non c’è un tempio: c’è una soffitta. Non c’è un sacerdote: c’è un bambino spaventato. Non c’è un rito ufficiale: c’è un libro rubato. Eppure l’intensità è quella di un’iniziazione. Il libro viene sottratto all’uso ordinario e collocato in uno spazio separato. Il tempo quotidiano viene sospeso. La lettura diventa un atto totale.
Il tempo è un altro elemento centrale. Nel mondo ordinario, Bastian dovrebbe essere a lezione. La giornata scolastica è scandita da orari, campanelle, materie, presenze, assenze, punizioni. Ma nella soffitta il tempo sociale perde progressivamente consistenza. Il tempo della lettura lo sostituisce. Mentre fuori la scuola continua, dentro il nascondiglio comincia un’altra temporalità: il tempo del racconto.
La Storia Infinita lavorerà continuamente sul tempo: tempo rubato, tempo perduto, tempo narrativo, tempo interiore, tempo ciclico, tempo della memoria e del desiderio. La soffitta è il primo luogo in cui Bastian si stacca dal tempo comune. Egli non sta soltanto saltando la scuola: sta uscendo dal tempo regolato dagli altri. Entra in un tempo più profondo, più rischioso, più elastico. Il libro gli offre una fuga dal tempo sociale, ma questa fuga non resterà innocente. Diventerà responsabilità.
All’inizio, infatti, Bastian legge per fuggire. Questo va riconosciuto. Legge per non essere nel mondo in cui è umiliato. Legge per sottrarsi alla paura. Legge per dimenticare il furto, la scuola, i compagni, il padre, la propria inadeguatezza. La lettura nasce come rifugio. Ma il romanzo non condanna questa fuga in modo banale. Ende sa che per un bambino ferito l’immaginazione può essere una forma di sopravvivenza. Il problema non è fuggire per un momento; il problema è non tornare più.
La grandezza della Storia Infinita sta proprio qui: la fantasia viene riconosciuta come necessaria, ma anche come pericolosa. Se l’immaginazione è rifiutata, il mondo si svuota e il Nulla avanza. Se però l’immaginazione diventa solo fuga narcisistica, il soggetto rischia di perdersi, come accadrà a Bastian nella seconda parte del romanzo. La scena della soffitta contiene già entrambe le possibilità. Il libro è salvezza e rischio. Riparo e trappola. Porta e labirinto.
Bastian, in quel momento, non può saperlo. Crede di aver trovato un nascondiglio e una storia in cui rifugiarsi. In realtà sta entrando in un processo che lo costringerà a confrontarsi con se stesso. Questa è forse la tesi più forte della scena: Bastian crede di leggere il libro, ma il libro comincia a leggere Bastian.
La lettura autentica, in Ende, non è consumo. Non consiste nel prendere immagini da un testo e usarle per distrarsi. Leggere significa esporsi. Il libro scandaglia il lettore, ne mette in movimento le ferite, i desideri, la vergogna, la nostalgia, il bisogno di amore, la volontà di essere altro. Bastian apre La Storia Infinita, ma il libro apre Bastian. Lo costringe, poco alla volta, a vedere ciò che egli stesso non riesce ancora a nominare.
Per questo la scena della soffitta è anche l’inizio di un percorso psicologico. Bastian è un bambino che si percepisce come insufficiente. Non è coraggioso come vorrebbe, non è bello, non è forte, non è ammirato, non è capace di difendersi. La lettura di Atreyu gli offre inizialmente un doppio ideale: un giovane eroe, agile, coraggioso, scelto per una missione. Atreyu è ciò che Bastian non è, o crede di non essere. Ma proprio per questo diventerà il suo doppio attivo, la figura attraverso cui Bastian potrà cominciare a vivere indirettamente ciò che non osa vivere in prima persona.
All’inizio, dunque, Atreyu è il protagonista della storia letta. Ma più in profondità, è una parte di Bastian. È il lato coraggioso, corporeo, operativo, capace di attraversare il mondo. Bastian è fermo nella soffitta; Atreyu attraversa Fantàsia. Bastian è nascosto; Atreyu è esposto. Bastian ha paura; Atreyu agisce. La lettura crea un ponte tra queste due polarità. Seduto nella soffitta, Bastian comincia a incontrare la propria possibilità eroica, ma ancora la percepisce come appartenente a un altro.
Questa distanza sarà progressivamente colmata. Il romanzo porterà Bastian a capire che non può restare soltanto spettatore dell’eroismo altrui. La storia ha bisogno di lui. Uyulala rivelerà che solo un essere umano può salvare l’Infanta Imperatrice. Lo Specchio mostrerà Bastian ad Atreyu. La voce di Bastian entrerà nel mondo narrato. Infine, egli dovrà pronunciare il nome. Tutto questo, però, nasce nella soffitta, nel primo atto di lettura clandestina.
La scena funziona anche come avvio della metanarrazione. La Storia Infinita è un libro che parla di un bambino che legge un libro intitolato La Storia Infinita. Questa struttura a specchio non è un gioco formale fine a se stesso. Serve a rendere instabile la posizione del lettore. Bastian legge un libro che lo riguarda; noi leggiamo Bastian che legge un libro che progressivamente lo include. La domanda implicita diventa inevitabile: se Bastian può essere chiamato dal libro che legge, che cosa accade a chi sta leggendo Bastian?
Il romanzo usa il libro dentro il libro per trasformare la lettura in esperienza riflessiva. Il lettore reale viene spinto a riconoscersi in Bastian, non perché viva le stesse circostanze, ma perché condivide la stessa posizione iniziale: anche lui tiene in mano un libro e crede di osservare dall’esterno. La scena della soffitta è quindi un dispositivo a più livelli. Bastian entra nella lettura; noi entriamo nella lettura di Bastian; il confine tra libro e lettore si fa instabile.
Il dettaglio dei due colori, nelle edizioni che lo conservano, rende questa soglia ancora più concreta. Il mondo umano e Fantàsia sono distinti non solo dalla trama, ma dalla materia visiva della pagina. La separazione tra i mondi si vede. La frontiera diventa tipografica. Il lettore attraversa il confine non solo mentalmente, ma anche fisicamente, seguendo il mutamento del colore del testo. Il libro-oggetto partecipa al significato. Non contiene soltanto la storia: la mette in scena nella sua forma materiale.
Questo aspetto è importante perché la Storia Infinita non è soltanto un romanzo che racconta un libro magico. Cerca di comportarsi, almeno in parte, come un libro magico. La copertina con AURYN, i colori alternati, il titolo identico al libro interno, la progressiva inclusione del lettore: tutto concorre a ridurre la distanza tra oggetto narrato e oggetto reale. Bastian tiene in mano il libro; anche noi lo teniamo. Bastian legge La Storia Infinita; anche noi. La scena della soffitta costruisce questo parallelismo.
La solitudine di Bastian è quindi condivisibile, ma non privata. Diventa una forma di accesso. Il bambino escluso, proprio perché escluso, può entrare in rapporto con il libro in modo assoluto. La sua marginalità lo rende disponibile alla chiamata. Questo non significa che la sofferenza sia automaticamente nobile o salvifica. Significa che il romanzo riconosce nella ferita un’apertura possibile. Chi è perfettamente integrato nell’ordine ordinario forse non sente il bisogno del varco. Bastian, invece, ne ha disperatamente bisogno.
La lettura segreta diventa allora il primo modo in cui la sua esclusione si trasforma in vocazione. Nel mondo reale, Bastian è il bambino che scappa, ruba, si nasconde, salta la scuola. Nel movimento più profondo del romanzo, però, è il bambino che può salvare Fantàsia. Questa doppia immagine è essenziale. Ende non cancella il Bastian fragile per sostituirlo con un prescelto glorioso. Fa nascere il prescelto proprio dal fragile. La vocazione non elimina la vergogna; la attraversa.
Il libro, tuttavia, non consola soltanto Bastian. Lo mette in pericolo. La prima appropriazione del libro anticipa infatti uno dei temi centrali della seconda parte: il rapporto tra desiderio e possesso. Bastian ruba il libro perché lo vuole. Più tardi, in Fantàsia, vorrà essere ammirato, bello, forte, potente, necessario. Vorrà creare mondi, vincere, essere riconosciuto. Il furto iniziale è una piccola anticipazione della sua difficoltà più grande: distinguere il desiderio autentico dall’appropriazione.
In questo senso, la scena della soffitta non è soltanto un inizio innocente. Contiene già il seme dell’errore futuro. Bastian apre la porta dell’immaginazione, ma lo fa partendo da una ferita narcisistica e da un atto di possesso. Per questo il suo viaggio non potrà essere semplicemente una glorificazione della fantasia. Dovrà diventare purificazione del desiderio. Bastian dovrà imparare che immaginare non significa possedere tutto ciò che si vuole. Significa scoprire ciò che si vuole davvero.
La soffitta, perciò, non è soltanto rifugio della fantasia, ma laboratorio del desiderio. Qui Bastian comincia a desiderare un altro mondo. Qui desidera sparire. Qui desidera essere diverso. Qui desidera che la storia sia più vera della sua vita. Sono desideri comprensibili, ma non ancora maturi. Il romanzo li prenderà sul serio e li condurrà fino alle estreme conseguenze. Il bambino che legge nella soffitta dovrà attraversare la seduzione del potere immaginativo prima di poter tornare al mondo umano in modo risanato.
Il ritorno è già implicito nell’inizio. Bastian si chiude nella soffitta, ma il suo destino non è restarvi. La lettura autentica, per Ende, non deve concludersi nell’isolamento. Deve trasformare il lettore e restituirlo al mondo. La scena iniziale è quindi incompleta per natura. È una partenza, non una soluzione. Il rifugio è necessario, ma non definitivo. La fantasia salva solo se permette di tornare con qualcosa: una parola, un nome, una memoria, una capacità nuova di amare.
Questo è il motivo per cui la scena non va letta come celebrazione semplice dell’evasione. Bastian fugge, sì. Ma la storia che trova non gli permetterà di fuggire per sempre. Lo chiamerà, lo esalterà, lo ingannerà, lo svuoterà, lo condurrà quasi alla perdita di sé, e infine gli chiederà di tornare. La soffitta è il primo passo di questo movimento. È il luogo in cui la fuga comincia a trasformarsi in responsabilità, anche se Bastian ancora non lo sa.
Il rapporto con Coreander resta sullo sfondo, ma è importante. Coreander sembra inizialmente un adulto scontroso, quasi ostile, ma la sua libreria funziona come primo vestibolo del viaggio. Il libro non viene consegnato a Bastian con una benedizione esplicita. Viene sottratto. Questa modalità obliqua appartiene alla logica iniziatica della scena. Bastian non riceve un’investitura ordinata. Viene attirato in una prova attraverso una colpa. Coreander è meno un antagonista che un custode di soglia. La sua durezza contribuisce a generare il passaggio.
Anche il titolo del libro è decisivo. Bastian comincia a leggere La Storia Infinita senza sapere che quel titolo non è una promessa generica di avventura interminabile. È la definizione di una struttura. La storia è infinita perché le storie generano altre storie, perché il libro contiene se stesso, perché il lettore può diventare personaggio, perché il mondo dell’immaginazione non ha un confine esterno misurabile, perché ogni ritorno al mondo reale può produrre nuove narrazioni. La scena della soffitta è il primo anello visibile di questa infinità.
Tutto, in quel momento, è ancora piccolo: un bambino, un libro, una soffitta. Ma la piccolezza è ingannevole. Il romanzo nasce da una sproporzione. Il destino di Fantàsia dipenderà da un bambino che il mondo ordinario considera irrilevante. L’Infanta Imperatrice, il Nulla, Atreyu, Fucur, Uyulala, il Vecchio della Montagna Vagante, AURYN, la Città dei Vecchi Imperatori: tutto ciò che apparirà immenso ha il proprio punto di accesso in questa scena povera e nascosta.
La grandezza della scena sta proprio nel non dichiarare subito la propria grandezza. Non ci sono trombe, apparizioni, trasformazioni spettacolari. C’è il gesto semplice e assoluto della lettura. Ende tratta questo gesto con la serietà che merita. Un bambino apre un libro, e il mondo cambia. Non perché la fantasia cancelli la realtà, ma perché rivela che la realtà senza immaginazione è incompleta.
In conclusione, la scena in cui Bastian si rifugia nella soffitta della scuola e comincia a leggere è il primo santuario povero dell’immaginazione nella Storia Infinita. È povero perché fatto di polvere, paura, isolamento, colpa, oggetti abbandonati. È santuario perché in quello spazio separato si compie un atto di passaggio. Bastian crede di nascondersi, ma viene chiamato. Crede di rubare un libro, ma prende in mano una porta. Crede di leggere per fuggire, ma il libro comincia a leggerlo. Crede di essere fuori dalla storia, ma la storia ha già cominciato a cercarlo.
Da questa scena nasce tutto il romanzo. Fantàsia si apre non davanti a un eroe sicuro di sé, ma davanti a un bambino spaventato. La soglia non è un portale splendente, ma una soffitta scolastica. L’atto magico non è un incantesimo, ma la lettura. E la prima grande verità della Storia Infinita è già tutta qui: l’immaginazione non entra nel mondo attraverso il trionfo, ma attraverso una ferita che trova finalmente una voce, una pagina, una via.
La scena in cui Bastian, dopo aver sottratto il libro nella libreria di Coreander, si rifugia nella soffitta della scuola e comincia a leggere La Storia Infinita è il vero punto di accensione del romanzo. Tutto sembra ancora appartenere al mondo ordinario: un bambino impaurito, una scuola, una soffitta polverosa, un libro rubato, il timore di essere scoperto. Eppure, proprio in questo spazio marginale, Michael Ende apre la soglia più importante dell’opera. Fantàsia non comincia soltanto quando viene descritta sulla pagina: comincia quando Bastian legge.
La scena è costruita su una tensione iniziale molto forte: Bastian non è un lettore sereno. Non entra nel libro da una condizione di pace, curiosità o innocenza. Entra nel libro da fuggiasco. È inseguito dai compagni, si sente ridicolo, inadeguato, escluso. È un bambino ferito, fisicamente goffo, socialmente umiliato, emotivamente solo. Il mondo ordinario non gli offre un posto abitabile. La scuola, che dovrebbe essere luogo di formazione, appare per lui come luogo di paura, vergogna, esposizione al giudizio. La strada è lo spazio dell’aggressione. La famiglia è segnata dall’assenza della madre e dalla distanza del padre. Prima ancora di aprire il libro, Bastian è già un bambino senza rifugio.
Il furto del libro nasce dentro questa condizione. Non è un gesto moralmente neutro, e non va addolcito. Bastian ruba. Prende un oggetto che non gli appartiene. Compie una trasgressione. Ma il romanzo non presenta questa colpa in modo semplicemente punitivo. Il furto è il primo segno dell’ambiguità del suo cammino. Bastian non è un eroe puro che riceve solennemente una missione. È un bambino spaventato, attratto, confuso, che compie un gesto sbagliato perché sente che quel libro lo chiama in modo irresistibile. La colpa e la vocazione, fin dall’inizio, si intrecciano.
Questa ambiguità è essenziale. Bastian non viene scelto perché è moralmente impeccabile. Viene scelto perché è capace di immaginazione, desiderio, paura, ferita, bisogno di trasformazione. Il romanzo non fa della fantasia un premio per i bambini buoni, ma una forza che si rivolge anche — forse soprattutto — a chi è spezzato, incompleto, in fuga. Il libro entra nella vita di Bastian nel punto esatto in cui la sua vita ordinaria è diventata insostenibile.
Il gesto del furto rompe l’ordine del mondo quotidiano. Bastian spezza la regola della proprietà, si sottrae alla scuola, si nasconde agli adulti, interrompe il flusso normale della giornata. Questa rottura è necessaria perché il libro non è un oggetto qualunque. Non può essere trattato come un volume preso in prestito, letto ordinatamente, restituito senza conseguenze. È un oggetto di soglia. Per entrare in rapporto con esso, Bastian deve uscire dall’ordine consueto, anche se lo fa in modo infantile e colpevole.
Dopo il furto, il luogo decisivo diventa la scuola. Ma non la classe, non il banco, non la biblioteca, non uno spazio riconosciuto dell’apprendimento. Bastian si rifugia nella soffitta. Questo dettaglio è fondamentale. La soffitta è ancora dentro la scuola, ma non appartiene pienamente alla scuola. È uno spazio alto, separato, marginale, polveroso, pieno di oggetti inutilizzati, sottratto alla sorveglianza ordinaria. È il rovescio nascosto dell’istituzione.
La scuola rappresenta il sapere ufficiale, regolato, disciplinare, valutabile. La soffitta rappresenta invece un sapere clandestino, iniziatico, non autorizzato. Bastian non legge La Storia Infinita in un’aula, sotto la guida di un insegnante, dentro un programma. La legge in un luogo dimenticato, quasi fuori dal tempo, lontano dagli sguardi. In questo modo il romanzo oppone due forme di conoscenza: quella istituzionale e quella immaginativa. La prima ordina, misura, controlla; la seconda chiama, trasforma, rischia.
La soffitta è dunque una contro-aula. È il luogo in cui Bastian non apprende una nozione, ma entra in un’esperienza. Non studia il libro: vi si consegna. Non legge per rispondere a una domanda scolastica: legge perché il libro sembra riguardarlo. La lettura non è esercizio, ma soglia. Proprio dentro l’edificio della scuola, Bastian trova uno spazio in cui la scuola viene sospesa e superata.
La posizione verticale della soffitta ha un valore simbolico. Bastian sale. Si allontana dalla strada e dalla classe, ma non entra ancora in un luogo celeste. La soffitta è alta, ma chiusa; separata, ma polverosa; protetta, ma anche claustrofobica. È un luogo intermedio. Non è più il mondo ordinario, ma non è ancora Fantàsia. È il primo spazio liminale del romanzo: un “tra” in cui il bambino può nascondersi al mondo e, proprio per questo, aprirsi a un altro mondo.
La soffitta funziona anche come grembo e come tomba provvisoria. Da un lato protegge Bastian: lo nasconde, lo contiene, lo isola. È il luogo in cui può rannicchiarsi, mangiare qualcosa, coprirsi, sottrarsi al giudizio. Da questo punto di vista è uno spazio uterino, una cavità in cui il bambino può regredire e prepararsi a rinascere. Dall’altro lato, è un luogo di abbandono, polvere, oggetti morti, silenzio. Bastian vi entra quasi per sparire. La sua fuga ha qualcosa di funerario: egli si sottrae al mondo come se volesse cancellarsi.
Questa doppia natura della soffitta corrisponde perfettamente al percorso di Bastian. Egli si nasconde per non essere trovato, ma proprio nel nascondimento viene chiamato. Si chiude fuori dal mondo, ma quella chiusura apre il passaggio verso Fantàsia. Cerca un rifugio, ma trova una porta. La scena è costruita su questo rovesciamento: il luogo della scomparsa diventa luogo della nascita.
Quando Bastian apre il libro e comincia a leggere, il romanzo mostra la lettura come atto fondativo. Non siamo davanti a una semplice cornice narrativa. La lettura è il gesto su cui si costruisce tutto. Fantàsia esiste già, certo, ma per Bastian comincia nel momento in cui la pagina si apre. Da quel momento, il suo rapporto con la storia non sarà più esterno. La lettura genera un vincolo.
All’inizio Bastian crede di essere soltanto un lettore. Tiene il libro tra le mani, legge parole stampate, immagina scene, personaggi e luoghi. Ma la struttura del romanzo lavora da subito per incrinare questa distanza. Il libro non resta passivo. Non si limita a raccontare qualcosa a Bastian: comincia a coinvolgerlo. Prima cattura la sua attenzione, poi assorbe il suo tempo, poi rende trasparente la parete tra i mondi, poi lascia filtrare la sua presenza dentro Fantàsia. Il passaggio sarà progressivo, ma inizia qui.
Questa progressione è fondamentale. Bastian non entra fisicamente in Fantàsia appena apre il libro. Il corpo resta nella soffitta. Ma la coscienza comincia a spostarsi. La lettura agisce come una forma lenta di attraversamento. Il confine non viene varcato con un salto improvviso, ma con un’intensificazione dell’attenzione. Prima il lettore guarda il libro; poi il libro guarda il lettore; infine il lettore scopre di essere atteso dalla storia che credeva di osservare.
La scena della soffitta è quindi il primo atto del libro-porta. Non una porta materiale, ma un dispositivo di passaggio. La pagina è superficie e soglia insieme. Da un lato separa il mondo umano da Fantàsia; dall’altro li mette in comunicazione. Il libro ha questa doppia natura: è oggetto e varco, cosa e mondo, testo e luogo. Bastian lo ha rubato come oggetto, ma ciò che ha preso è in realtà un passaggio.
Il fatto che il libro sia rubato rafforza ulteriormente la sua ambivalenza. È oggetto proibito e oggetto sacro insieme. Proibito perché sottratto, nascosto, portato via in segreto. Sacro perché apre una dimensione separata, intensa, totalizzante. Bastian non lo legge come si legge un libro qualsiasi. Lo legge con la tensione di chi sa di aver compiuto un gesto irreversibile. La colpa aumenta la concentrazione. Il pericolo rende la lettura assoluta.
In questo senso, la scena ha quasi una qualità liturgica, ma povera, clandestina, infantile. Non c’è un tempio: c’è una soffitta. Non c’è un sacerdote: c’è un bambino spaventato. Non c’è un rito ufficiale: c’è un libro rubato. Eppure l’intensità è quella di un’iniziazione. Il libro viene sottratto all’uso ordinario e collocato in uno spazio separato. Il tempo quotidiano viene sospeso. La lettura diventa un atto totale.
Il tempo è un altro elemento centrale. Nel mondo ordinario, Bastian dovrebbe essere a lezione. La giornata scolastica è scandita da orari, campanelle, materie, presenze, assenze, punizioni. Ma nella soffitta il tempo sociale perde progressivamente consistenza. Il tempo della lettura lo sostituisce. Mentre fuori la scuola continua, dentro il nascondiglio comincia un’altra temporalità: il tempo del racconto.
La Storia Infinita lavorerà continuamente sul tempo: tempo rubato, tempo perduto, tempo narrativo, tempo interiore, tempo ciclico, tempo della memoria e del desiderio. La soffitta è il primo luogo in cui Bastian si stacca dal tempo comune. Egli non sta soltanto saltando la scuola: sta uscendo dal tempo regolato dagli altri. Entra in un tempo più profondo, più rischioso, più elastico. Il libro gli offre una fuga dal tempo sociale, ma questa fuga non resterà innocente. Diventerà responsabilità.
All’inizio, infatti, Bastian legge per fuggire. Questo va riconosciuto. Legge per non essere nel mondo in cui è umiliato. Legge per sottrarsi alla paura. Legge per dimenticare il furto, la scuola, i compagni, il padre, la propria inadeguatezza. La lettura nasce come rifugio. Ma il romanzo non condanna questa fuga in modo banale. Ende sa che per un bambino ferito l’immaginazione può essere una forma di sopravvivenza. Il problema non è fuggire per un momento; il problema è non tornare più.
La grandezza della Storia Infinita sta proprio qui: la fantasia viene riconosciuta come necessaria, ma anche come pericolosa. Se l’immaginazione è rifiutata, il mondo si svuota e il Nulla avanza. Se però l’immaginazione diventa solo fuga narcisistica, il soggetto rischia di perdersi, come accadrà a Bastian nella seconda parte del romanzo. La scena della soffitta contiene già entrambe le possibilità. Il libro è salvezza e rischio. Riparo e trappola. Porta e labirinto.
Bastian, in quel momento, non può saperlo. Crede di aver trovato un nascondiglio e una storia in cui rifugiarsi. In realtà sta entrando in un processo che lo costringerà a confrontarsi con se stesso. Questa è forse la tesi più forte della scena: Bastian crede di leggere il libro, ma il libro comincia a leggere Bastian.
La lettura autentica, in Ende, non è consumo. Non consiste nel prendere immagini da un testo e usarle per distrarsi. Leggere significa esporsi. Il libro scandaglia il lettore, ne mette in movimento le ferite, i desideri, la vergogna, la nostalgia, il bisogno di amore, la volontà di essere altro. Bastian apre La Storia Infinita, ma il libro apre Bastian. Lo costringe, poco alla volta, a vedere ciò che egli stesso non riesce ancora a nominare.
Per questo la scena della soffitta è anche l’inizio di un percorso psicologico. Bastian è un bambino che si percepisce come insufficiente. Non è coraggioso come vorrebbe, non è bello, non è forte, non è ammirato, non è capace di difendersi. La lettura di Atreyu gli offre inizialmente un doppio ideale: un giovane eroe, agile, coraggioso, scelto per una missione. Atreyu è ciò che Bastian non è, o crede di non essere. Ma proprio per questo diventerà il suo doppio attivo, la figura attraverso cui Bastian potrà cominciare a vivere indirettamente ciò che non osa vivere in prima persona.
All’inizio, dunque, Atreyu è il protagonista della storia letta. Ma più in profondità, è una parte di Bastian. È il lato coraggioso, corporeo, operativo, capace di attraversare il mondo. Bastian è fermo nella soffitta; Atreyu attraversa Fantàsia. Bastian è nascosto; Atreyu è esposto. Bastian ha paura; Atreyu agisce. La lettura crea un ponte tra queste due polarità. Seduto nella soffitta, Bastian comincia a incontrare la propria possibilità eroica, ma ancora la percepisce come appartenente a un altro.
Questa distanza sarà progressivamente colmata. Il romanzo porterà Bastian a capire che non può restare soltanto spettatore dell’eroismo altrui. La storia ha bisogno di lui. Uyulala rivelerà che solo un essere umano può salvare l’Infanta Imperatrice. Lo Specchio mostrerà Bastian ad Atreyu. La voce di Bastian entrerà nel mondo narrato. Infine, egli dovrà pronunciare il nome. Tutto questo, però, nasce nella soffitta, nel primo atto di lettura clandestina.
La scena funziona anche come avvio della metanarrazione. La Storia Infinita è un libro che parla di un bambino che legge un libro intitolato La Storia Infinita. Questa struttura a specchio non è un gioco formale fine a se stesso. Serve a rendere instabile la posizione del lettore. Bastian legge un libro che lo riguarda; noi leggiamo Bastian che legge un libro che progressivamente lo include. La domanda implicita diventa inevitabile: se Bastian può essere chiamato dal libro che legge, che cosa accade a chi sta leggendo Bastian?
Il romanzo usa il libro dentro il libro per trasformare la lettura in esperienza riflessiva. Il lettore reale viene spinto a riconoscersi in Bastian, non perché viva le stesse circostanze, ma perché condivide la stessa posizione iniziale: anche lui tiene in mano un libro e crede di osservare dall’esterno. La scena della soffitta è quindi un dispositivo a più livelli. Bastian entra nella lettura; noi entriamo nella lettura di Bastian; il confine tra libro e lettore si fa instabile.
Il dettaglio dei due colori, nelle edizioni che lo conservano, rende questa soglia ancora più concreta. Il mondo umano e Fantàsia sono distinti non solo dalla trama, ma dalla materia visiva della pagina. La separazione tra i mondi si vede. La frontiera diventa tipografica. Il lettore attraversa il confine non solo mentalmente, ma anche fisicamente, seguendo il mutamento del colore del testo. Il libro-oggetto partecipa al significato. Non contiene soltanto la storia: la mette in scena nella sua forma materiale.
Questo aspetto è importante perché la Storia Infinita non è soltanto un romanzo che racconta un libro magico. Cerca di comportarsi, almeno in parte, come un libro magico. La copertina con AURYN, i colori alternati, il titolo identico al libro interno, la progressiva inclusione del lettore: tutto concorre a ridurre la distanza tra oggetto narrato e oggetto reale. Bastian tiene in mano il libro; anche noi lo teniamo. Bastian legge La Storia Infinita; anche noi. La scena della soffitta costruisce questo parallelismo.
La solitudine di Bastian è quindi condivisibile, ma non privata. Diventa una forma di accesso. Il bambino escluso, proprio perché escluso, può entrare in rapporto con il libro in modo assoluto. La sua marginalità lo rende disponibile alla chiamata. Questo non significa che la sofferenza sia automaticamente nobile o salvifica. Significa che il romanzo riconosce nella ferita un’apertura possibile. Chi è perfettamente integrato nell’ordine ordinario forse non sente il bisogno del varco. Bastian, invece, ne ha disperatamente bisogno.
La lettura segreta diventa allora il primo modo in cui la sua esclusione si trasforma in vocazione. Nel mondo reale, Bastian è il bambino che scappa, ruba, si nasconde, salta la scuola. Nel movimento più profondo del romanzo, però, è il bambino che può salvare Fantàsia. Questa doppia immagine è essenziale. Ende non cancella il Bastian fragile per sostituirlo con un prescelto glorioso. Fa nascere il prescelto proprio dal fragile. La vocazione non elimina la vergogna; la attraversa.
Il libro, tuttavia, non consola soltanto Bastian. Lo mette in pericolo. La prima appropriazione del libro anticipa infatti uno dei temi centrali della seconda parte: il rapporto tra desiderio e possesso. Bastian ruba il libro perché lo vuole. Più tardi, in Fantàsia, vorrà essere ammirato, bello, forte, potente, necessario. Vorrà creare mondi, vincere, essere riconosciuto. Il furto iniziale è una piccola anticipazione della sua difficoltà più grande: distinguere il desiderio autentico dall’appropriazione.
In questo senso, la scena della soffitta non è soltanto un inizio innocente. Contiene già il seme dell’errore futuro. Bastian apre la porta dell’immaginazione, ma lo fa partendo da una ferita narcisistica e da un atto di possesso. Per questo il suo viaggio non potrà essere semplicemente una glorificazione della fantasia. Dovrà diventare purificazione del desiderio. Bastian dovrà imparare che immaginare non significa possedere tutto ciò che si vuole. Significa scoprire ciò che si vuole davvero.
La soffitta, perciò, non è soltanto rifugio della fantasia, ma laboratorio del desiderio. Qui Bastian comincia a desiderare un altro mondo. Qui desidera sparire. Qui desidera essere diverso. Qui desidera che la storia sia più vera della sua vita. Sono desideri comprensibili, ma non ancora maturi. Il romanzo li prenderà sul serio e li condurrà fino alle estreme conseguenze. Il bambino che legge nella soffitta dovrà attraversare la seduzione del potere immaginativo prima di poter tornare al mondo umano in modo risanato.
Il ritorno è già implicito nell’inizio. Bastian si chiude nella soffitta, ma il suo destino non è restarvi. La lettura autentica, per Ende, non deve concludersi nell’isolamento. Deve trasformare il lettore e restituirlo al mondo. La scena iniziale è quindi incompleta per natura. È una partenza, non una soluzione. Il rifugio è necessario, ma non definitivo. La fantasia salva solo se permette di tornare con qualcosa: una parola, un nome, una memoria, una capacità nuova di amare.
Questo è il motivo per cui la scena non va letta come celebrazione semplice dell’evasione. Bastian fugge, sì. Ma la storia che trova non gli permetterà di fuggire per sempre. Lo chiamerà, lo esalterà, lo ingannerà, lo svuoterà, lo condurrà quasi alla perdita di sé, e infine gli chiederà di tornare. La soffitta è il primo passo di questo movimento. È il luogo in cui la fuga comincia a trasformarsi in responsabilità, anche se Bastian ancora non lo sa.
Il rapporto con Coreander resta sullo sfondo, ma è importante. Coreander sembra inizialmente un adulto scontroso, quasi ostile, ma la sua libreria funziona come primo vestibolo del viaggio. Il libro non viene consegnato a Bastian con una benedizione esplicita. Viene sottratto. Questa modalità obliqua appartiene alla logica iniziatica della scena. Bastian non riceve un’investitura ordinata. Viene attirato in una prova attraverso una colpa. Coreander è meno un antagonista che un custode di soglia. La sua durezza contribuisce a generare il passaggio.
Anche il titolo del libro è decisivo. Bastian comincia a leggere La Storia Infinita senza sapere che quel titolo non è una promessa generica di avventura interminabile. È la definizione di una struttura. La storia è infinita perché le storie generano altre storie, perché il libro contiene se stesso, perché il lettore può diventare personaggio, perché il mondo dell’immaginazione non ha un confine esterno misurabile, perché ogni ritorno al mondo reale può produrre nuove narrazioni. La scena della soffitta è il primo anello visibile di questa infinità.
Tutto, in quel momento, è ancora piccolo: un bambino, un libro, una soffitta. Ma la piccolezza è ingannevole. Il romanzo nasce da una sproporzione. Il destino di Fantàsia dipenderà da un bambino che il mondo ordinario considera irrilevante. L’Infanta Imperatrice, il Nulla, Atreyu, Fucur, Uyulala, il Vecchio della Montagna Vagante, AURYN, la Città dei Vecchi Imperatori: tutto ciò che apparirà immenso ha il proprio punto di accesso in questa scena povera e nascosta.
La grandezza della scena sta proprio nel non dichiarare subito la propria grandezza. Non ci sono trombe, apparizioni, trasformazioni spettacolari. C’è il gesto semplice e assoluto della lettura. Ende tratta questo gesto con la serietà che merita. Un bambino apre un libro, e il mondo cambia. Non perché la fantasia cancelli la realtà, ma perché rivela che la realtà senza immaginazione è incompleta.
In conclusione, la scena in cui Bastian si rifugia nella soffitta della scuola e comincia a leggere è il primo santuario povero dell’immaginazione nella Storia Infinita. È povero perché fatto di polvere, paura, isolamento, colpa, oggetti abbandonati. È santuario perché in quello spazio separato si compie un atto di passaggio. Bastian crede di nascondersi, ma viene chiamato. Crede di rubare un libro, ma prende in mano una porta. Crede di leggere per fuggire, ma il libro comincia a leggerlo. Crede di essere fuori dalla storia, ma la storia ha già cominciato a cercarlo.
Da questa scena nasce tutto il romanzo. Fantàsia si apre non davanti a un eroe sicuro di sé, ma davanti a un bambino spaventato. La soglia non è un portale splendente, ma una soffitta scolastica. L’atto magico non è un incantesimo, ma la lettura. E la prima grande verità della Storia Infinita è già tutta qui: l’immaginazione non entra nel mondo attraverso il trionfo, ma attraverso una ferita che trova finalmente una voce, una pagina, una via.
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